Gli Ets sono chiamati a raccogliere una nuova sfida: quella dell’appartenenza
Un’ombra lunga continua a gravare sul benessere dei nostri giovani: la solitudine. Per quanto datati, i dati del rapporto “Loneliness in the EU” e del successivo brief “Loneliness and social connectedness” (Fairness policy brief 3/2023) pubblicati dal Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea, la percezione di isolamento ha raggiunto livelli di allerta sociale, raddoppiando rispetto al periodo pre-pandemico.
Alcuni dati della ricerca europea
L’indagine europea (EU-LS) è stata condotta tra novembre e dicembre 2022 su un vasto campione di oltre 20 mila cittadini dell’UE (con una base di circa mille intervistati per l’Italia) e ha scattato una fotografia impietosa: il 13% dei giovani europei si dichiara “molto solo”, sentendosi isolato per la maggior parte del tempo o sempre. Se si allarga lo sguardo a chi vive questa condizione “almeno qualche volta”, la cifra sale vertiginosamente, coinvolgendo oltre un terzo della popolazione (tra il 36% e il 40%). Il dato più dirompente, tuttavia, riguarda il ribaltamento dei luoghi comuni generazionali. Se nell’immaginario collettivo la solitudine è un problema senile, la realtà scientifica ci dice l’esatto opposto: sono i giovani a soffrire di più. La ricerca evidenzia come la prevalenza della solitudine diminuisca costantemente con l’aumentare dell’età. Già nel 2020, la quota di ragazzi tra i 18 e i 25 anni che si sentivano soli era quasi quadruplicata, balzando dal 9% al 35%. Per l’Italia, il quadro si conferma critico: il nostro Paese registra una prevalenza di solitudine del 13%, in linea con la media europea ma con una specificità giovanile che preoccupa gli esperti. Eventi di rottura sociale come la fine degli studi (+3 punti percentuali di rischio) o la perdita del lavoro (+7 punti) agiscono da detonatori, trasformando momenti di transizione in periodi di profonda alienazione per le nuove generazioni.
Il progetto di Osijek
Si è mosso a partire da questi dati il progetto di mobilità europea From loneliness to belonging: the role of volunteering today che si è tenuto nel mese di marzo a Osijek (Croazia), con la partecipazione anche del nostro CSV di Padova e Rovigo. Questi dati impongono ai nostri ETS di trasformarsi da semplici erogatori di servizi a strumenti di cura e architetti di spazi sicuri dove trovare connessione, coesione e senso di appartenenza. Il volontariato può offrire uno spazio di accoglienza che non “ospita” ma “include”, trasformando il giovane in un co-creatore di valore, nonché un cittadino attivo.
La solitudine, che si distingue dall’isolamento fisico in quanto “sentimento soggettivo di non essere visti”, può avere molte sfumature:
- Solitudine sociale: mancanza di una rete di contatti, genera esclusione e marginalità
- Solitudine emotiva: assenza di relazioni profonde, si percepisce un vuoto anche se circondati da persone
- Solitudine esistenziale: senso di alienazione dal mondo
Queste condizioni alimentano il “costo dell’invisibilità“: ansia, depressione, bassa autostima, ritiro sociale e, nei casi più gravi, propositi suicidari.
La sfida dell’appartenenza: superare i propri limiti
Il salto di qualità richiesto agli ETS è passare dal “far partecipare” al “far sentire parte”. Questo perché la partecipazione è temporanea, mentre il senso l’appartenenza è il legame profondo che nasce quando un giovane sente che la propria presenza e le proprie idee hanno un impatto e che la sua identità è riconosciuta.
La distanza tra giovani e associazioni è dovuta a limiti logistici e culturali: oltre alle barriere strutturali (architettoniche, digital divide, difficoltà economiche), esistono ostacoli invisibili legati all’organizzazione associativa, quali:
- Il privilegio della mobilità autonoma: molte attività proposte sono spesso tarate su chi possiede un’auto, escludendo chi dipende dai mezzi pubblici o vive in periferia
- La progettazione non – sempre – accessibile: materiali o incontri non sempre fruibili (es. per mancanza di sottotitoli o compatibilità con tecnologie assistive)
- La barriera dei codici: linguaggi interni tecnici o consuetudini possono rendere l’associazione una “bolla” impenetrabile per chi viene da altre culture
- La trappola della performance: richiedere una disponibilità fissa ed inderogabile in un’epoca di precarietà e stress
Il deficit di accompagnamento: non affiancare i nuovi volontari in modo strutturato può fa percepire il proprio contributo come irrilevante - L’eteronormatività di default: ambienti che non danno segnali espliciti di inclusione per identità non conformi (es. LGBTQIA+) possono costringere il/la giovane a “nascondere” parti di sé
- La resistenza dell’abitudine: vedere l’innovazione come una minaccia all’identità storica dell’ente
- L’equivoco del silenzio e della timidezza: interpretare l’imbarazzo come disinteresse è un errore elementare che potrebbe costare caro
Una nostra “buona pratica” concreta
Il progetto annuale “10.000 ore di Solidarietà” è un laboratorio di appartenenza che si basa su:
- Flessibilità e bassa soglia: esperienze di volontariato brevi e concrete possono scardiare la rigidità dell’impegno fisso
- Il protagonismo dei pari: il coinvolgimento diretto dei giovani abbatte le barriere gerarchiche
- Visibilità e impatto: obiettivi chiari permettono al/la giovane di percepire immediatamente l’utilità del proprio contributo
- Bridge-building: seguendo il modello del “ponte a quattro pilastri”, l’ingaggio è assicurato. In breve: mappare attività, competenze e tempo richiesto in modo leggibile; agire un “aggancio” relazionale immediato per ridurre la possibile ansia da prestazione e curare eventuali le fragilità emotive; nominare la figura dell’host, un referente dedicato che garantisca al/la giovane attesa e riconoscimento; attuare la “sartoria sociale”, adattando le attività ai tempi e alle necessità dei più giovani monitorando costantemente la relazione.
In tutte le fasi, la presenza dei pari è il collante invisibile che facilita il senso di “casa” e trasforma i giovani da spettatori a protagonisti.
In questo percorso, il CSV di Padova e Rovigo si mette a disposizione per facilitare tavoli aperti al confronto, creando spazi di dialogo senza gerarchie tra associazioni, giovani volontari e giovani non ancora attivi, al fine di progettare il futuro delle comunità.
Creiamo nuovi percorsi generativi insieme
Siete pronti a trasformare la sfida di Osijek in una pratica quotidiana, costruendo ponti che rendano ogni giovane protagonista del proprio territorio? Per approfondire e richiedere una consulenza per il tuo ETS, scrivici una mail a info@csvpadovarovigo.org.





























